Tibet. Zhagi Sangho. E’ il monaco buddista che si sarebbe ucciso, gettandosi nel fiume Giallo, per sfuggire alle persecuzioni della polizia cinese dopo l’assalto di sabato 21 marzo 2009 di alcune centinaia di monaci ad una stazione di polizia del Quinghai, nel Nord del Tibet storico.
Tibet. Zhagi Sangho. E’ il monaco buddista che si sarebbe ucciso, gettandosi nel fiume Giallo, per sfuggire alle persecuzioni della polizia cinese dopo l’assalto di sabato 21 marzo 2009 di alcune centinaia di monaci ad una stazione di polizia del Quinghai, nel Nord del Tibet storico. Il suo corpo non è stato ancora ritrovato. Kouchok Yougphel, portavoce del Congresso dei giovani tibetani dice: “Finora ci siamo adeguati alle attività non violente del Dalai Lama. Per cinquant’anni è andata così, ma quando lui non ci sarà più il popolo tibetano potrebbe ricorrere alla violenza”. In Tibet ha preso definitivamente corpo un’ala intransigente e insofferente alla “via mediana” della non violenza, che insiste su un’ampia autonomia del Tibet all’interno della Cina. Il Congresso dei giovani tibetani chiede un indipendenza totale dalla Cina. Contro l’irosa frustrazione dei ragazzi di Lhasa che si sentono esclusi dal progresso cinese, Pechino è disposta a pagare le famiglie tibetane. Ma i monaci di Ragya e i giovani tibetani, sostenuti dagli Stati Uniti, non accettano i soldi di Pechino.
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